Viernes 11 de Julio de 2008
Ad El Obeid, in Sudan, non lontano dalla martoriata Regione del Darfur, si trova la Scuola Professionale per ragazze G. Bakhita: “un fiore nel deserto” come è chiamata dalle sorelle canossiane che gestiscono il Centro, una speranza concreta per il futuro delle giovani donne sudanesi.
Grazie alla solidarietà dimostrata dai tanti, Harambee ha potuto contribuire all’avvio delle attività della Scuola che oggi accoglie 698 ragazze. “Dieci anni fa, quando sono arrivata per la prima volta” racconta Suor Fiorangela Morlacchi, Madre Provinciale delle Figlie della Carità Canossiana in Sudan, “c’erano gli asini per strada. Oggi ci sono macchine, i tipici risciò cinesi e da un anno si sono diffusi i cellulari, i computer: piccoli passi verso uno sviluppo difficile da conquistare”. La situazione politica ad El Obeid è più tranquilla oggi, dopo la firma dei trattati di pace che hanno interrotto una guerra civile durata venti anni ma c’è una grandissima povertà, il cibo costa tanto: “un panino costa un dollaro e mezzo” dichiara Suor Fiorangela, e questo è il problema più grosso.
Le ragazze che frequentano la Scuola, però, sono molto determinate alla costruzione del proprio futuro: “Qui seguono corsi professionali in segreteria, taglio e cucito, informatica, cucina della durata di tre anni; e poi ci sono i corsi di formazione di base, più brevi, a cui partecipano le donne rifugiate dei villaggi di periferia che sperano di tornare nel sud del Paese e dunque vogliono imparare l’inglese”. Ad El Obeid sono sei le suore che gestiscono il Centro, aiutate dagli insegnanti locali che si dedicano alle ragazze con molto impegno e tra questi c’è Joseph, sudanese, rifugiato in Egitto dove ha conseguito gli studi e poi, rinunciando ad una promettente carriera, ha deciso di ritornare nel suo Paese per dare una mano: africani che aiutano africani.
“Di recente è stato trovato il petrolio –racconta suor Fiorangela- ciò vuol dire che a breve sorgeranno industrie, ci sarà sviluppo industriale ed è per questo che noi vogliamo che le nostre ragazze siano molto ben preparate, già Karthoum è cambiata tanto con i suoi negozi, i suoi hotel, il suo traffico più ordinato”.
Le suore canossiane sono arrivate in Sudan undici anni fa e oggi, grazie all’impulso che hanno ottenuto da Harambee, sono riuscite a concludere il processo per il riconoscimento ufficiale dal Ministero dell’Istruzione sudanese dei corsi impartiti dalla Scuola Bakhita: “La possibilità per le ragazze di ottenere un diploma riconosciuto dà loro maggiori opportunità di lavoro” afferma la Madre Provinciale, “le attività del Centro hanno avuto un impatto molto positivo sulle autorità locali e sulle persone stesse, le richieste di informazioni e di partecipazione ai corsi aumentano di giorno in giorno”. E il rapporto con le comunità locali, racconta Suor Fiorangela, è molto buono: ai corsi partecipano cristiane e musulmane e lo sforzo è quello di favorire la riappacificazione e l’integrazione. Quando le chiediamo un parere sull’importanza dell’educazione e in particolare di quella rivolta alle donne, la Madre canossiana risponde con convinzione: “E’ la donna che in Africa manda avanti la famiglia, che educa i figli, che lavora e allora se formiamo la donna contribuiamo allo sviluppo della società intera: educare la donna vuol dire educare alla gestione della famiglia, del piccolo clan, del grande clan e quindi dell’Africa intera”. E’ proprio per questo, allora, che diventa importante sostenere tanti “Bakhita”. Oggi ad El Obeid, grazie alla formazione ricevuta,sono molte le donne che hanno avviato attività redditizie e dato vita a piccole e medie imprese familiari, ciò ha avuto un impatto importante sulle comunità della zona.
La scuola delle canossiane ha ricevuto il sostegno di Harambee nel 2004, ma c’è ancora molto da dover fare. Così, per il 2006 è stata lanciata una nuova campagna di raccolta fondi per un progetto a favore delle donne in condizioni di estrema fragilità: giovani rifugiate che provengono dal sud del Paese, a causa della guerra civile, che vivono in baraccopoli e sono prive di competenze professionali, che non hanno nulla eccetto “il desiderio di dimostrare la forza e la positività dell’Africa”.z