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Harambee - All Together for Africa

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Mercoledì, 23 Mag 2012

Intervista a Chaacha Mwita

La sezione "Dall'Africa" vuole raccontare storie di africane e africani che stanno lavorando al servizio del proprio Paese. Persone normali, che forse non fanno notizia, ma che incarnano la speranza di tutto il Continente. Harambee ha proprio questo obiettivo: far conoscere nel mondo anche quest'Africa che non fa notizia, ma che è la vera Africa.

Alla periferia delle grandi città africane sta nascendo una nuova Africa: un miscuglio di razze condivide gli spazi e il quotidiano e, lontano dalla propria comunità di origine, gli uomini e le donne africani sono alla ricerca di una identità nuova. Per tutti, la sfida è lo sviluppo e la strada è l’educazione. Di questo è convinto Chaacha Mwita, giornalista e editore del quotidiano nazionale “The Standard”, uno dei più diffusi in Kenya.

Qual è la strada che conduce allo sviluppo, a parer suo?
Primo fra tutte l’educazione, un’educazione a disposizione delle masse e un’educazione di qualità. In Kenya, ad esempio, nel 2003 il governo ha reso gratuita la scuola elementare e questo permette a sette milioni e mezzo di bambini di imparare a leggere e a scrivere; ora la sfida è di assicurare una educazione di qualità. Di sfide da affrontare, però, ce ne sono tante: penso alla salute e al grave problema dell’AIDS e in questo campo sono convinto che gli sforzi fatti non siano stati i più appropriati. Tutti sappiamo che la prevenzione è molto meglio della cura e tuttavia si persegue l’investimento in campagne che pubblicizzano cure e trattamenti mentre poco si fa sul fronte della prevenzione: la promozione di una educazione che produca cambiamenti nei comportamenti, nelle abitudini è fondamentale per ridurre le infezioni, il contagio. Ancora una volta, dunque, l’educazione. Altro grande problema da risolvere è quello delle infrastrutture: in Africa ci sono ancora moltissime persone che non sono raggiungibili perché non esistono le strade; nell’epoca di internet ci sono moltissime persone che non vi hanno accesso, penso a tutte quelle cose che rendono la vita più semplice e rendono possibili molte opportunità che oggi sono perse perché la gente non ne è a conoscenza. Potrei poi citare il problema della governance: in Africa abbiamo la democrazia ormai da anni ma non possiamo dire di averla conquistata pienamente, la gestione della politica, molto di frequente, non avviene nella maniera corretta.

Ma quanto conta la collaborazione tra Stati a livello regionale per lo sviluppo economico del continente, secondo Lei?
L’integrazione economica è quello su cui dobbiamo puntare, l’integrazione aiuta l’Africa a guardare se stessa innanzitutto, ma questo non lo si sente spesso: sentiamo parlare di aiuti, di aiuti esteri e poi dell’opportunità per l’Africa di competere con il resto del mondo sui mercati internazionali quando invece dovremmo insistere di più sulla cooperazione regionale, anche commerciale. Oggi qualcosa si muove, diverse sono le organizzazioni che spingono in questa direzione, penso alla East African Community o al COMESA. Perché, vede, il problema da superare qui è quello delle enormi divisioni, delle appartenenze tribali. Le tribù vengono strumentalizzate per conquistare e mantenere posizioni di potere personale, non fanno bene alla democrazia.

Ma come si superano le divisioni tribali?
Si superano con l’integrazione regionale. In Rwanda, ad esempio, la polarizzazione intorno alle due più grandi tribù ha portato ad uno dei più grossi genocidi e se ci fosse stata una regionalizzazione gli altri Stati non l’avrebbero permesso. Dobbiamo puntare ad una cooperazione regionale piuttosto che restare legati alle divisioni tribali perché solo così possiamo pensare di contare di più. Un tempo la tribù ti dava la casa, si occupava di te, della famiglia, ti dava sicurezza, cultura, identità ma oggi non accade più. Non accade soprattutto nella periferia delle grandi città dove tribù diverse stanno imparando a convivere e sono alla ricerca di una nuova identità. Il tribalismo, sono convinto, è una strumentalizzazione operata dai politici e allora anche qui è l’educazione che deve intervenire a costruzione di una identità nuova, un’identità nazionale, che dia il senso del bene comune.

Collegato alla governance è il fenomeno inarrestabile della corruzione…
Il problema della corruzione è tra i più gravi e le responsabilità degli africani nella lotta alla corruzione sono le stesse di quelle di ogni cittadino in qualsiasi paese: bisogna impegnarsi contro queste pratiche, prendere posizione nei confronti delle stesse, protestare, ribellarsi. Bisogna insegnare ai nostri figli a ribellarsi a qualsiasi atteggiamento di questo tipo e, ripeto, insegnare loro il senso del bene comune. Ma confesso che l’Africa è “in movimento”, gli africani stanno prendendo coscienza delle grandi potenzialità esistenti, stanno imparando che sta a loro cambiare i processi negativi, premere verso lo sviluppo, e ciò comporta un cambiamento positivo negli atteggiamenti.

Come Le sembra venga rappresentata l’Africa dai media occidentali?
Credo che l’opinione pubblica estera sia ampiamente ingiusta. Il ritratto è sempre quello di un continente che soffre, viene descritto per i suoi disastri, le sue malattie, il debito…mentre non vengono mai raccontate le storie positive, i passi in avanti. Se c’è una carestia in Etiopia, stai sicuro che si parlerà di quella. Penso che si dovrebbe parlare di Africa in termini più positivi, si dovrebbero raccontare tutte quelle iniziative in atto a favore dello sviluppo, dell’educazione. Ma forse questa è una accusa che possiamo rivolgere anche a noi stessi: ci occupiamo molto di politica e tralasciamo tutto il resto. Però se i media internazionali si occupassero di più di tutti i progressi, se potessero approfondire di più e non fermarsi agli aspetti superficiali potrebbero davvero fare molto:le storie positive racconterebbero di un’Africa che nessuno conosce.

Quali sono gli aspetti che La rendono ottimista sul futuro del continente?
Sono molti, a dire la verità. La gente comune sta cominciando a prendere coscienza delle proprie responsabilità e delle proprie potenzialità: ad esempio, nel novembre scorso in Kenya c’è stato un referendum per la scelta della costituzione e a questo hanno partecipato anche gli abitanti degli slums, delle periferie, credo che la voce della gente cominci ad essere ascoltata. Gli sforzi di integrazione regionale mi danno coraggio, le proteste contro la corruzione mi fanno sperare e soprattutto il ruolo che adesso stanno iniziando a giocare gruppi per tanto tempo emarginati: le donne, la cui voce inizia ad essere ascoltata, le donne stanno studiando per essere leaders e nel futuro avranno un ruolo sempre più decisivo. Tutto questo mi rende ottimista e mi dà speranza per il futuro dell’Africa.

 



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