Con l’obiettivo di approfondire la complessità dei problemi africani, si è svolto martedì 15 maggio scorso, a Roma,
un incontro dal titolo: “Luci e ombre sull’Africa che cresce” organizzato da Harambee Africa International nell’ambito del ciclo di forum 2012.
Troppo spesso le notizie che riceviamo dai media sono superficiali e confuse; prova di questo è, ad esempio, la Nigeria, colpita di recente da una serie di attentati etichettati frettolosamente come conseguenza di una guerra in atto tra cristiani e musulmani.
A questo riguardo, ha spiegato Eugene Ohu, giornalista e referente Harambee per il Paese: “La Nigeria è un paese complesso. Apparentemente, sembra essere diviso equamente tra un nord musulmano e un sud cristiano, ma è una rappresentazione semplicistica dal momento che un buon numero di abitanti del nord (in Stati come Kaduna, Adamawa e Plateau) è di religione cristiana. Il controllo della ricchezza e la distribuzione, soprattutto del petrolio, sono gestiti dal governo federale e sono quindi nelle mani del Presidente: una questione scottante, dato che la ripartizione non è mai considerata equa. E’ quindi comprensibile che i diversi Stati che compongono la Nazione competano affinché la carica di presidente sia affidata ad un proprio rappresentante” inoltre, ha chiarito il giornalista: “L’islam tende a non distinguere tra religione e politica, pertanto, molto spesso tende a considerare gli avversari politici come nemici dal punto di vista della religione e questo viene strumentalizzato da persone senza troppi scrupoli. Laddove sono diffuse, poi, povertà e ignoranza, ancora di più la religione diventa strumento di lotta politica. E’ in questo contesto che il fenomeno Boko Haram dovrebbe essere inquadrato”.
All’incontro hanno partecipato Fr. Michael Czerny, co-fondatore della “Africa Jesuit AIDS Network (AJAN) e Ekeno Augostine S.J che ha collaborato alla Rete nel 2010. Il problema dell’AIDS è stato al centro dell’attenzione mediatica occidentale per diversi anni; oggi se ne sente parlare molto poco e non è sufficientemente chiaro se ciò sia dovuto ai progressi nella lotta alla piaga, oppure ad una perdita di interesse verso il problema da parte del pubblico occidentale.
“Parlare di progressi va bene per l’Europa, ma è impreciso se parliamo dell’Africa dove il dramma dell’AIDS non è diminuito” ha spiegato Fr. Czerny “tuttavia la Chiesa sta imparando a gestirlo, tentando di essere sempre più vicina ai malati e alle loro famiglie, attraverso le proprie strutture come le parrocchie, le scuole, le associazioni cattoliche. Perché uno dei problemi collegati alla malattia è l’emarginazione cui si è soggetti. Mettere in rete le realtà che si occupano di AIDS significa anche formare le persone in modo che conoscano meglio la malattia e possano agire combattendo l'isolamento dei malati dalla società, indirizzandoli a strutture in grado di fornire loro le cure mediche necessarie”.
AJAN opera da dieci anni in questa direzione e in diversi paesi africani “i Gesuiti ritengono che nella lotta contro l'Aids il ruolo pastorale della Chiesa sia di grande importanza, anche se non risolve l'urgenza delle conseguenze della malattia, tuttavia pone le basi perché non si diffonda nel lungo periodo” ha raccontato Ekeno Augostine “l'AJAN privilegia una azione di tipo pastorale piuttosto che un approccio esclusivamente medico, basato sulla distribuzione di antiretrovirali, ritenendo che l'azione pastorale possa garantire, nel lungo periodo, l'eradicazione della malattia senza interventi esterni, basandosi su una presa di coscienza profonda e su un cambiamento radicale dei comportamenti che è alla portata delle società africane”.
Successivamente, ha preso la parola Jennifer Gitahi, raccontando la sua esperienza di insegnamento allo Strathmore University, centro di eccellenza in Kenya, la cui missione particolare è di mettere l’eccellenza al servizio della società, contribuendo al miglioramento della vita delle persone, anche di quelle più emarginate “è per questo motivo che Strathmore è impegnato nella realizzazione di progetti di sviluppo che hanno l’obiettivo di migliorare la formazione-a qualunque livello-, ma anche di accompagnare le persone nella costruzione di una prospettiva più a lungo termine” perché, come ha spiegato Gitahi, l’educazione per molti africani non vuol dire solo istruzione, ma anche la possibilità di imparare a progettare il proprio futuro. Cosa che in Africa, spesso, non è del tutto scontato.
A chiudere l’incontro è stato Stephen Ogongo, giornalista e membro del Comitato Culturale Harambee che ha sottolineato alcuni aspetti all’origine della tendenza dei media di raccontare l’Africa in termini catastrofistici “Aldilà delle luci e delle ombre –come ricorda il titolo di questo forum- il Continente è in crescita; nonostante ciò, le notizie si limitano a dipingere l’Africa in maniera negativa e per diverse ragioni. Innanzitutto perché l’Africa stessa non comunica! Noi africani dobbiamo imparare a comunicare, a raccontare ciò che di positivo succede, con professionalità e approfondimento. La maggior parte delle notizie sono prodotte da agenzie internazionali (poche) che per motivi editoriali e anche organizzativi non hanno la tendenza ad approfondire. Il risultato è che a circolare sono notizie identiche e superficiali”. Da qui la necessità a che gli africani stessi si rendano sempre più responsabili e artefici della produzione di informazione sull’Africa.
